Cave sul Magnodeno

Ad integrazione del nostro comunicato stampa del 28 aprile riportiamo di seguito i punti a nostro avviso fortemente critici, presentati come osservazioni allo Studio di Incidenza e relative integrazioni in occasione della Conferenza dei Servizi del 31 marzo 2021:
- Recupero ambientale e paesaggio
- Reticolo idrico minore
- Atmosfera e qualità dell’aria
- Assenza di un piano di monitoraggio permanente


Recupero ambientale e paesaggio
A fine gennaio l'operatore ha presentato una modifica al progetto di recupero ambientale.
La configurazione finale del sito, a fine recupero ambientale, prevederà una commistione di due diverse modalità di recupero: - un rimodellamento morfologico, da ultimarsi con la 1^ fase estrattiva (già autorizzata con A.D. 312/2017), secondo il criterio dell'assorbimento della ferita prodotta dalla attività di cava nelle forme del paesaggio circostante e reintegrare il luogo nei lineamenti strutturali del paesaggio; - una modalità di recupero ambientale eseguita secondo il criterio di enfatizzare l'artificialità del luogo e il carattere specifico della condizione di cava e comporta la valorizzazione del paesaggio trasformato attraverso la conservazione della sua alterità. Oggetto di questa nuova modalità è buona parte della 2^ fase estrattiva, quella che riguarda l'allargamento a Nord-Est dell'ambito estrattivo che, prevedendo la rimozione delle aree boscate esistenti, per una superficie di circa 32.500 mq., genererà forti impatti paesaggistico - ambientali.
Con questa modifica, il recupero ambientale viene effettuato senza il rimodellamento morfologico e, diversamente da quanto avviene nella 1^ fase dove il calcare di Zu (sterile roccioso di copertura non inviato al processo produttivo) viene accantonato per il rimodellamento, in questo caso l'operatore decide, in modo del tutto arbitrario, che metterà in vendita anche lo sterile, pari a mc. 1.125.000, che non userà più per i ripristini.
E’ fondamentale prevedere con attenzione quali saranno i futuri caratteri geomorfologici che si vogliono ricostruire nel sito e il criterio guida deve essere quello della ricostruzione di un profilo quanto più naturale e rispettoso possibile del luogo, anche se questa scelta dovesse risultare meno redditizia per l’operatore.
Per queste ragioni non condividiamo la previsione di coltivare l’ambito estrattivo realizzando gradoni di versante con pareti verticali di 15-20 metri di altezza ed aventi pendenza di massimo di 70°, poiché ciò precluderebbe in modo significativo la possibilità di avere opzioni più articolate di ricostruzione del sito, quella variabilità e flessibilità di conformazione geomorfologica su cui poi si dovranno realizzare le opere di rinverdimento. Sebbene si possa condividere la considerazione che il monte Magnodeno mostri una tipica caratteristica di rilievo caratterizzato da mosaici di boschi, prati e ampie pareti di roccia nuda a strapiombo, queste ultime nulla hanno a che vedere con la regolarità geometrica e l’artificiosità dei gradoni che si vogliono realizzare! Riteniamo quindi opportuno ridurre drasticamente sia l’altezza dei gradoni che la pendenza massima delle balze, modulando i vari livelli di intervento con più gradualità, perché la modalità proposta non è adeguata alle necessità di recupero ambientale e paesaggistico: le piantine su quel substrato non raggiungeranno mai l'altezza di 15 metri e la montagna verrà restituita a righe. Il recupero ambientale deve rispettare i principi e le leggi che sottendono al mantenimento della fittissima rete di rapporti di interdipendenza tra ambiente abiotico, vegetazione e animali; solo lavorando a fianco della natura e con le regole della natura si può pensare di ricostruire il corretto valore della biodiversità locale.

Reticolo idrico minore
Nel documento di S.I.A. si afferma che l'unica interferenza prevista con i corpi idrici superficiali del reticolo idrico minore esistenti sarà lo scarico del sistema di pompaggio delle acque raccolte verso la rete idrografica naturale del torrente Tuff, che si attiveranno in emergenza per accelerare il processo di svuotamento del piazzale di fondo cava, una volta terminati eventi meteorici critici. Inoltre si dichiara che verranno modificati in modo trascurabile a seguito dell’attività estrattiva i bacini idrografici dei torrenti Neguccio e Tuff, ma non verrà modificato in alcun modo il corso dei due torrenti. Parallelamente si è dedotto dai dati prodotti dal monitoraggio a lungo termine dei corsi d’acqua superficiali eseguito annualmente da ARPA Lombardia che i principali fiumi che scorrono nel territorio limitrofo (Bione) non risentano di influenze negative collegate alla attività estrattiva.
Queste osservazioni ci sembrano quantomeno degne di uno studio di approfondimento sulla conformazione del bacino idrogeologico sotterraneo, dato che l'intervento di ampliamento della coltivazione consisterà fondamentalmente in un approfondimento dell’attuale quota da 530 a 500 m/s.l.m.. A nostro avviso il bacino idrogeologico del torrente Tuff, il cui bacino sottende l’intera zona della cava, con l'approfondimento dell'attività estrattiva a quota 500 m/s.l.m, potrebbe essere fortemente compromesso. Suggeriamo di vincolare l’operatore a predisporre sistemi permanenti di misurazione della qualità delle acque per i corsi d’acqua del Tuff e del Bione, attraverso i quali monitorare il regime idrico e la qualità (in particolare le alterazioni chimico-fisiche legate alla dispersione dei fanghi di decantazione delle vasche di dilavamento dei piazzali di cava e delle strade di cantiere).

Atmosfera e qualità dell'aria
Le emissioni prodotte dal progetto sono emissioni di tipo diffusivo, legate a operazioni di escavazione (carico, scarico, frantumazione materiale, utilizzo mine, transito automezzi su strade non asfaltate, formazione e stoccaggio di cumuli, ecc.) che generano diffusione di polveri.
Sono previsti accorgimenti per ridurre gli impatti (zone dedicate e impianto di bagnatura) e viene detto chiaramente che per impedire ulteriormente la diffusione di polveri nelle zone limitrofe al sito estrattivo nel tempo occorre anche la realizzazione del recupero ambientale nei settori che non verranno più ripresi dalla coltivazione. La rinaturalizzazione e piantumazione consentiranno di limitare notevolmente le emissioni di polveri per risollevamento. Ma come si concilia tutto ciò con la futura previsione della parte di recupero ambientale basata sul criterio dell'enfatizzazione? Consideriamo giusta la scelta di effettuare una campagna di misura del PM10 e del PM2,5, mediante il posizionamento di una centralina per il monitoraggio che, a nostro avviso, deve essere permanente.

Monitoraggio ambientale permanente
Per verificare l’efficacia delle scelte decisionali di progetto è indispensabile predisporre un attento Piano di Monitoraggio Ambientale attraverso cui analizzare la loro evoluzione (prima-durante-dopo) per mezzo di opportuni indicatori ambientali ed eventualmente correggere con opportune azioni i fenomeni di stallo o di regressione in atto. Occorre monitorare con attenzione il passaggio dalla condizione iniziale in cui si trova oggi l’ambito estrattivo per avere informazioni ed elementi sufficienti per impostare poi la coltivazione e il recupero ambientale. L’operatore deve quindi attivarsi per coinvolgere figure professionali all’altezza dell’incarico e in grado di individuare i migliori indicatori ambientali presenti sul territorio, raccogliere in modo standardizzato i dati ed elaborare analisi appropriate, dando evidenza dei risultati raccolti anche alla collettività. Alcuni indicatori utili a valutare l’affidabilità delle scelte progettuali potrebbero essere: le analisi chimiche del suolo, la quantità e qualità dell’acqua di falda prossima al sito, i livelli di copertura della vegetazione e le specie spontanee apparse che hanno ricolonizzato i versanti, la biodiversità dei macroinvertebrati (i Lepidotteri per esempio), gli indici biotici dei torrenti limitrofi alla cava, ecc.
Chiediamo quindi di inserire specifiche prescrizioni di progetto che vincolino l’operatore alla esecuzione di un esaustivo Piano di Monitoraggio. Solo in questo modo si potranno raccogliere le informazioni necessarie a stabilire se la strategia progettuale intrapresa è quella corretta. L’amministrazione comunale di Lecco potrebbe costituire anche un gruppo di lavoro parallelo, composto da esperti dei vari settori, che periodicamente verifichi i dati e le analisi scaturite dal monitoraggio, per assicurare anche la giusta trasparenza delle informazioni raccolte e, come detto, informare la collettività tutta. I costi di queste attività di verifica potrebbero essere coperti attingendo agli oneri che il proponente l’opera deve già versare al comune.

SCARICA QUI LE NOSTRE OSSERVAZIONI

COMUNICATO DEL 28 APRILE 2021


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