Il futuro dei rifiuti nella provincia di Lecco

"Quale futuro per i rifiuti in Provincia di Lecco?" Scarica il DOSSIER di Legambiente inviato agli amministratori dei Comuni soci di SILEA (02/02/2017)

Il forno inceneritore di Valmadrera: a che punto siamo?

Il nostro territorio ospita il forno inceneritore di Valmadrera, comune sede del nostro circolo. Il futuro di questo impianto, e in generale le politiche di gestione dei rifiuti nella provincia di Lecco e nella regione in generale, sono tematiche a cui dedichiamo costante attenzione, assieme agli altri circoli di Legambiente della provincia. Chi ha proprietà e gestione dell'impianto è SILEA SpA (Società Intercomunale Lecchese per l’Ecologia e l’Ambiente), ex Consorzio ed ora società partecipata al 100% dagli 88 Comuni del lecchese, più quelli comaschi di Lasnigo e Pusiano. L'azienda gestisce anche tutto il ciclo dei rifiuti degli stessi 90 comuni. Il forno inceneritore nasce nel 1986 e negli anni 2000 viene potenziato ed ammodernato, con migliorie tecniche al trattamento dei fumi. Il costo del potenziamento (revamping) è un onere a carico dei Comuni, che di fatto pagheranno attraverso la tariffazione sino al 2024. 

Attualmente, il forno inceneritore risulta sotto i riflettori da anni, per un progetto proposto da SILEA, il quale prevede la costruzione di una rete di teleriscaldamento. Una rete di teleriscaldamento è, in parole semplici, una serie di condotte interrate dove l'acqua calda (70-90 gradi generalmente) scorre a pressione per fornire calore alle utenze. Tale rete deve essere alimentata da una qualche forma di calore, e negli ultimi decenni si è assistito alla costruzione di varie reti, alimentate sia da fonti non rinnovabili quali rifiuti e gas, sia, in misura purtroppo minore, da fonti rinnovabili, in particolare da biomasse (cippato di legna, generalmente).

Il progetto di SILEA, che ha le sue radici nel 2010 con uno studio di fattibilità commissionato al Politecnico di Milano, prevede la realizzazione di una rete di circa 30 km di lunghezza, che si snodi attraverso i comuni di Valmadrera, Galbiate, Malgrate, per poi raggiungere Lecco, in particolare l'energivoro ospedale Manzoni. Dopo il revamping, su richiesta di SILEA, Regione Lombardia ha concesso un AIA sino al 2030, prescrivendo lo studio di fattibilità per la realizzazione di una rete di teleriscaldamento. Condizione basata dal fatto sostanziale che attualmente l'energia derivante dalla combustione viene solo parzialmente recuperata (15% circa) sotto forma di produzione di energia elettrica. Tale opera viene infatti giustificata da SILEA come un intervento di efficienza energetica, in quanto recupererebbe il calore che attualmente, e da quando il forno funziona, viene sperperato. Il progetto prevede tre lotti: a) sostituzione della turbina con una nuova più efficiente; b) realizzazione della centrale di scambio, ossia di una componente che consentirebbe di trasferire il calore recuperato dal forno all'acqua calda che scorre nella rete di teleriscaldamento; c) realizzazione della rete stessa.

Le tempistiche: il lotto a) è già in fase avanzata, avendo SILEA già pubblicato il bando per la fornitura ed installazione della turbina. Sui lotti b) e c), invece, che sono quelli che effettivamente vincolerebbero a una realizzazione dell'infrastruttura, l'assemblea dei soci non ha ancora preso decisioni. Sono infatti gli interventi anche economicamente più onerosi. Oltre ai costi, le tempistiche gettano molti dubbi: da cronoprogramma di progetto, i lavori dovrebbero terminare in una decina di anni almeno. Quando ormai l'AIA sarà in scadenza e il forno dovrebbe essere in fase di chiusura, o, ci auspichiamo, già chiuso.

Un forno senza futuro

Legambiente ha una posizione molto chiara riguardo questa vicenda, come si può leggere dal dossier sotto pubblicato, e inviato a tutte le amministrazioni comunali nel febbraio 2017. Mancano a nostro avviso i presupposti per mantenere in vita l'impianto, in quanto, in primo luogo, la produzione di rifiuti urbani residui (ossia, quelli non avviati a riciclo) a livello regionale è inferiore alla capacità di incenerimento dei 13 inceneritori lombardi. Questo significa che a livello regionale bisogna pensare da subito a come programmare lo spegnimento dei forni inceneritori in eccesso, tra cui sicuramente annoveriamo quello di Valmadrera (vedi Dossier nostro allegato). Infatti, sia dal punto di vista delle dimensioni, che della competitività economica (tariffa di conferimento), ha molto più senso che i forni che continuino a stare in vita siano quelli che già sono predisposti di recupero calore, con una rete di teleriscaldamento. A questo vanno aggiunte naturalmente le preoccupazioni per l'impatto sulla salute. Sebbene molto importante, questa non è l'unica ragione per chiedere la chiusura del forno, oltre al fatto che, secondo i dati scientifici, le cause di inquinamento da particolato a livello regionale risultano per la gran maggioranza date da riscaldamento e traffico. Lo studio epidemiologico potrebbe chiarire eventuali impatti, ma, conspavoli delle difficolità intrinseche di tale studio (concomitanza di fattori inquinanti, incertezza statistica, miglioramento tecnologico del trattamento fumi negli anni, conseguenze da diverse fonti di inquinamento che si protraggono per decenni), non possiamo legare la richiesta di chiusura del forno esclusivamente al risultato (a nostro avviso tutt'altro che scontato) di tale studio. Il discorso è ampio e facilmente soggetto a differenze di vedute per cui, senza voler incendiare polemiche non necessarie, riteniamo ci siano ulteriori ragioni, condivise e forti, contro il mantenimento in vita dell'impianto.

Spingiamo quindi per lo spegnimento del forno non appena nel 2024 gli oneri finanziari dei Comuni soci saranno estinti, essendo naturalmente consapevoli che questo debba seguire una programmazione tale da far riorganizzare il sistema di conferimento, dando il tempo sia di pensare a trattamenti alternativi che riducano la frazione residua, sia stringendo accordi con inceneritori che rimarranno verosimilmente in vita più a lungo. Riteniamo comunque che, per il 2024, ci sia una tempistica sufficiente per programmare ciò. Precisiamo inoltre che la nostra posizione non è motivata da una logica del NIMBY ("non nel mio giardino"): conferire i rifiuti in province limitrofe senza una loro maggiore riduzione e differenziazione non è di per sè la soluzione auspicabile. Per questo, riteniamo che la questione vada affrontata a livello quantomeno regionale, con un approccio realistico alle esigenze di smaltimento e un ripensamento e investimento nell'intera filiera del trattamento e riciclo.

Una rete di teleriscaldamento pachidermica e centralizzata

Inoltre, la rete di teleriscaldamento proposta da SILEA appare assolutamente incentrata sul forno inceneritore, oltre che troppo impattante nella sua configurazione, onerosa in termini di investimenti e, soprattutto, poco flessibile per ciò che riguarda la sua futura alimentazione e la domanda a cui è rivolta. Una tale rete 'pesante', disegnata sul modello impostato da Brescia decenni fa non ha più senso: si tratterebbe di un investimento funzionale esclusivamente a tener in vita il più a lungo possibile l'inceneritore, o, in un'ipotesi meno peggiore, a dare il via a una futura alimentazione a gas. Oggi, considerata l'evoluzione tecnologica, immaginare quale potrà essere la soluzione ottimale di alimentazione dell'eventuale rete alla chiusura del forno non è banale e richiede il confronto di più ipotesi. Di sicuro una rete di teleriscaldamento come quella proposta da SILEA vincolerebbe il territorio per un periodo troppo lungo e potrebbe essere d'ostacolo allo sviluppo di forme di alimentazione alternative e più sostenibili.

Le reti di teleriscaldamento di per sè non sono dannose, anzi possono portare benefici economici ed ambientali, riducendo ad esempio impianti vecchi. Tuttavia, questi benefici dipendono molto dalla geometria della rete e dalla sua alimentazione. Questa rete, a nostro avviso, non porta questi benefici e per questo spingiamo a gran voce per un eventuale studio di fattibilità per una o più reti più piccole, più flessibili, e soprattutto pensate già per un'alimentazione 100% da energie rinnovabili. Ecco perchè, anche ammettendo che una rete di teleriscaldamento possa essere utile e fattibile, bisogna inevitabilmente immaginare cosa accadrebbe appena il termovalorizzatore sarà spento. L'alternativa più ovvia, anche guardando alle caldaie integrative previste dal progetto, è quella di una futura alimentazione a gas, o, in un'ipotesi più azzardata, a biomasse. Qui siamo molto chiari: il gas, come il petrolio e il carbone, è una fonte fossile, inquinante e responsabile dei cambiamenti climatici, oltre che con costi di produzione ed importazione estremamente variabili e sostanzialmente imprevedibili a lungo termine, in quanto soggetti a instabilità economiche e geopolitiche, che nulla hanno a che fare con il nostro territorio. Inoltre, in un'era dove una (quasi, purtroppo) unanimità politica e scientifica spinge per un futuro 100% rinnovabile, e con costi di installazione e manutenzione in picchiata per queste nuove tecnologie, risulta davvero anacronistico costruire una rete pensandola come alimentata a gas. Attenzione anche alle biomasse: sebbene siano in teoria più ecologicamente sostenibili, tutto dipende dalla loro filiera. Alimentare impianti grossi con enormi quantitativi di legname può risultare un problema all'ora di approvvigionarsi, e il ricorso alle cosiddette culture energetiche (piantagioni cresciute appositamente per il loro successivo taglio e combustione) può non essere l'alternativa ambientalmente ed economicamente migliore, specialmente se non risulta garantito per i prossimi decenni un approvvigionamento da filiera corta (definita come l'approvvigionamento entro 70 km).

Alternative per un futuro sostenibile e moderno

Per Legambiente occorre valutare soluzioni alternative a quella proposta, quali l'agevolazione alla produzione decentrata di energia pulita (solare termico e pompe di calore sui singoli edifici), o, se fattibili ed opportune, reti di teleriscaldamento con configurazioni impiantistiche molto più versatili, quali sono quelle intelligenti a bassa o media temperatura, in Italia molto meno diffuse che all'estero. Esse presentano il duplice vantaggio di avere costi di capitale più bassi e di poter essere alimentate da diverse fonti di calore, anche rinnovabili come le pompe di calore o il solare termico. Questa soluzione, che poco ha a che vedere con il progetto portato avanti finora da SILEA, permetterebbe di ridurre sia i costi di investimento che gli impatti infrastrutturali e si sosterrebbe su forme di autoproduzione energetica o di valorizzazione di cascami termici reperibili nel territorio, che quasi mai sono compatibili con una immissione in una rete ad alta temperatura come quella finora proposta. Una rete 'smart' deve essere il più possibile ripensabile all'emergere di nuove soluzioni energetiche quali quelle che già oggi conquistano spazi crescenti nel mercato, e deve poter avere un equilibrio di funzionamento anche alla luce di un calo di domanda termica conseguente a crescite di efficienza nella climatizzazione degli edifici. Tutto questo, evidentemente, apre un opportuno ragionamento e dibattito sullo sviluppo energetico del nostro territorio, che non può essere legato alle sorti dell'inceneritore di Valmadrera.

In definitiva, le sorti di questo piccolo inceneritore di rifiuti sono segnate e qualsiasi tentativo di mantenerlo in vita, oltre che ambientalmente deleterio, porterebbe verosimilmente a un rischio economico. Pensare oggi di ripagare nuovi mutui sulla base delle attuali tariffe di conferimento significa non affrontare il tema rifiuti in un'ottica più ampia dello stretto ambito locale. Per questo noi chiediamo di utilizzare i prossimi anni per cominciare a programmare la dismissione del termovalorizzatore di Valmadrera e contestualmente per costruire politiche virtuose, affiancate poi da investimenti impiantistici, per diminuire la quantità e migliorare la qualità dei rifiuti inviati al riciclo. Infine, occorre ancora un grande lavoro per accelerare le tendenze già in atto di riduzione dei rifiuti, sia a livello produttivo che di consumo, e di maggiore differenziazione, ricorrendo ai metodi che possano funzionare meglio, siano essi la tariffa puntuale, l'avvio di impianti di trattamento meccanico-biologici o, non ultimo, la sensibilizzazione della cittadinanza. Se sul fronte produttivo le iniziative comunitarie come la EcoLabel stanno incentivando i produttori a ridurre gli impatti ambientali, quali gli imballaggi, dall'altro lato tocca ai Comuni e alla cittadinanza fare politica giorno per giorno, preoccupandosi di ciò che si compra.

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